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Macerie

agosto 17, 2009

A quasi cinque mesi dalla scossa che ha devastato l’Aquila, nonostante tutto quello che la (dis)informazione di casa nostra ci fa bere quotidianamente, ci sono ancora molti conti che non tornano e molte questioni rimaste aperte. Domande banali, a volte anche scontate, che però pesano come macigni e che ho deciso di mette qui, nero su bianco, per non dimenticare ciò che è successo il 6 aprile scorso e per non mancare, almeno questa volta, l’appuntamento con la giustizia. Perché non è stato solo il terremoto ad uccidere 308 persone all’Aquila e dintorni…

La faglia di Pettino

Quando si ricorda che la zona appenninica dell’Abruzzo è ad alto rischio sismico, si dice un’ovvietà. Tutti lo sanno da sempre. Oltre agli studiosi del campo, infatti, a ricordarcelo c’è la storia degli eventi che nel corso del tempo hanno devastato più volte il territorio abruzzese: da Avezzano all’Aquila, dalla Marsica a Sulmona. La valle dell’Aquila, in particolare, è attraversata da due faglie sismiche attive (cioè spaccature della crosta terrestre dalle quali si propaga energia): quella di Pettino e quella di Paganica. Sono faglie conosciute a tutti i geologi e i sismologi da tempo immemore e moltissimi studiosi della materia giungono da tutto il mondo per vederle da vicino. Eppure, proprio in prossimità di una delle due faglie, quella di Pettino, sorge incredibilmente il quartiere più grande e popolato dell’Aquila, finito quasi completamente in macerie dopo la scossa del 6 aprile. La Repubblica, nella sua inchiesta successiva al terremoto, ha raccolto le testimonianze basite degli abitanti, i quali non sapevano, prima del sisma, di poggiare quotidianamente il sedere su una bomba ad orologeria. Costruire su una faglia sismica attiva, infatti, significa andare incontro consapevolmente ad un rischio altissimo, eppure a L’Aquila è stato possibile senza troppi problemi e soprattutto senza avvisare la popolazione del pericolo. E dire che perfino i Borboni, dopo il devastante sisma del 1703, che nel solo capoluogo causò circa sei mila morti, predisposero delle normative antisismiche, impedendo di ricostruire abitazioni nelle zone più duramente colpite dal terremoto. Fra queste zone c’era proprio quella di Pettino. Ed in effetti fino agli anni ’50 del secolo scorso di case in quella porzione di territorio non ce n’erano. Poi, pian piano sono ricomparse, fino alla grande espansione seguita al piano regolatore del 1975. Di qui in avanti, nonostante tutti fossero a conoscenza del gravissimo pericolo per la popolazione, la faglia si è ricoperta di case e scuole, senza che nessuno si preoccupasse di chi poi quegli edifici li avrebbe vissuti…

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