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Quando a pane e acqua ci stavano loro

marzo 24, 2010

A pensar male si fa peccato, ma molto spesso ci si azzecca, diceva don Giulio Andreotti. Per questo sono convintissimo che se fra quei nove bambini messi a pane e acqua da una scuola elementare di Montecchio Maggiore su ordine del sindaco a causa di ritardi nel pagamento della mensa, non ci fossero stati sette figli di immigrati, la questione sarebbe stata risolta diversamente. E il fatto che il sindaco della cittadina sia leghista, accresce a dismisura questa convinzione. Ecco, a lei e al suo assessore alle politiche sociali (ebbene sì, l’assessore alle politiche sociali che contribuisce a togliere il cibo ai bambini in precarie condizioni economiche è un altro “miracolo” della Lega) consiglio la lettura di questo documento, redatto nel 1912 dall’ispettorato sull’immigrazione del Congresso Americano:

Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano anche perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno e alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci.

Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi o petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti fra di loro.

Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro.

I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare fra coloro che entrano nel nostro Paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali.

Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano pur che le famiglie rimangano unite e non contestano il salario.

Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia. Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più. La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione”.

“La storia non ha nascondigli, la storia non passa la mano”, cantava De Gregori qualche tempo fa. E che la studino allora, per comprendere come un tempo, neanche troppo lontano, a pane e acqua ci stavano loro.

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