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Dimenticare

luglio 8, 2010

“Perdere il ricordo di qualcosa”, da dizionario. D-i-m-e-n-t-i-c-a-r-e. Undici lettere unite in una parola molto spesso prescritta come medicina per guarire ferite altrimenti non rimaginabili. Perché alla fine, se ci si pensa bene, dimenticare può aiutare a sopravvivere ed essere terapeutico. Ma è anche tremendamente sbagliato. Il post che segue l’ho scritto il due novembre scorso e adesso lo rimetto qui, tale e quale ad allora, dato che giustizia per Alessandro ancora non c’è stata. Ed io non mi stanco di chiederla, nè, tantomeno, voglio dimenticare. Perché come scrive Ray Bradbury in Fahrenheit 451 “quando gli altri ci chiederanno cosa facciamo, tu potrai risponder loro: noi ricordiamo. Ecco dove alla lunga avremmo vinto noi”.

La storia di Alessandro è di quelle che si ascoltano distrattamente nel mare di sciagure che ogni giorno ci propinano i Tg, fra un “passami il sale” e un “com’è andata oggi?” Oppure si leggono in quei trafiletti di cronaca locale dei quotidiani, quelli che andiamo a guardare proprio quando non abbiamo niente di meglio da fare. E’ una di quelle storie che finiscono troppo presto nell’oblio di un paese che si indigna tanto facilmente quanto poi dimentica. E’ una storia che dà il senso di come va la vita, qui a queste latitudini, nell’Italia del ventunesimo secolo. Alessandro stava andando all’università, in una mattina di luglio calda già dalle prime ore, come capita spesso a Roma d’estate. Doveva sostenere un esame su Raffaello, per lui, iscritto a Storia dell’Arte, un passaggio cruciale. Peccato però che a quella prova, a quel duello con la prof che non temeva, come le aveva scritto in una mail la mattina precedente, non sia mai arrivato. Il viaggio della sua vita è finito a 23 anni sull’asfalto ormai quasi scolorito della via Ostiense. A scaraventarlo giù dallo scooter e a lasciarlo lì sulla strada senza soccorso, due killer alla guida di una macchina impazzita. L’ho visto e rivisto quell’incrocio, l’avrò passato centinaia di volte e ognuna di queste non ho potuto fare a meno di pensare a cosa avesse nella mente Alessandro quella mattina: forse la paura per l’esame (la conosco fin troppo bene), o forse la spavalderia di quando ti senti preparato come non mai, capace di rispondere a qualsiasi domanda, anche la più cattiva, tipica del classico assistente più crudele del professore. Non so se ha visto le piante ormai ingiallite che fanno da spartitraffico con la via del Mare, o se ha puntato lo sguardo dall’altra parte della carreggiata, per scorgere il Tevere, nel suo lento e pacioso cammino verso Ostia. Non so neppure se ha avuto modo di capire che, per dirla con De Andrè, la “sua vita finiva quel giorno e non vi sarebbe stato ritorno”. So soltanto che oggi, a distanza di quattro mesi dall’incidente, la strada per raggiungere la giustizia, non quella sommaria del taglione, neppure quella che cercano di farci ingoiare con le onorificenze, con le lauree honoris causa, ma quella vera, con la G maiuscola, è lunga e piena di ostacoli. Dei due assassini, arrestati nell’immediatezza del fatto, ma scarcerati con incredibile celerità qualche ora dopo, non si sa più nulla. Lasciati liberi per mancanza di prove, perché, spiegano i giudici, è stato impossibile stabilire chi dei due fosse fisicamente alla guida della macchina impazzita. E mentre l’inchiesta resta formalmente aperta per stabilire chi ha ucciso Alessandro (come se non si sapesse), i suoi familiari, trecentosessantacinque giorni dopo la sua morte, cercano ancora di stabilire che senso dare alla propria sofferenza.

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