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Il fenomeno

febbraio 14, 2011

Delle volte non si dice che ciò che ha scritto un amico (un altro appassionato di quell’amenità, parola di ministro, che è la comunicazione) sia bello o brutto. Delle volte si dice: “perché non l’ho scritto io”. Ecco, il pezzo su Ronaldo che segue è “maledizione perché non l’ho scritto io”…

La prima volta che vidi un gol di Ronaldo era in un vecchio vhs distribuito dal Guerin Sportivo, direttore Italo Cucci. Il Fenomeno arrivava in Italia dopo una stagione strepitosa in Catalogna, per noi, che non eravamo ancora abituati alla velocità e la potenza di George Weah fu un vero choc. I centravanti che giravano in Serie A in quegli anni erano roba pregiata, Batistuta, Vialli, lo stesso Weah. Marco Van Basten aveva appena lasciato il calcio a causa di una caviglia troppo fragile. Ronaldo vestiva la maglia del Barcellona, aveva diciannove anni, era il Fenomeno, due anni prima aveva vinto un mondiale senza giocare un minuto ma si parlava già di lui, nonostante i mostri sacri, Bebeto e Romario, che aveva davanti. Ronaldo era Samba, era la spiaggia di Copacabana, era il Cristo di Rio. Luis Nazario da Lima, bambino nato nella favela di Bento Ribeiro era il Fenomeno, era il sogno di tutti i grandi club d’Europa. Il gol contro il Santiago di Compostela fu qualcosa di pazzesco, palla presa poco dietro la linea di centrocampo, tic tac, destro sinistro, il difensore che strattona la maglia, lui che vola verso la porta, cinque uomini a fare una gabbia intorno a lui, niente da fare. Da quel giorno le gesta di ogni ragazzino che avesse dato un calcio al pallone non sarebbero state più le stesse. Ronaldo faceva il doppio passo, lasciava i difensori sul posto, segnava con semplicità. Aveva diciannove anni, era il più forte giocatore del mondo. Ronaldo dopo ogni gol apriva le braccia, un gesto liberatorio, la Pirelli s’invento la più famosa e bella campagna pubblicitaria degli anni ’90, lui, braccia aperte sulla Baia di Rio. Arrivò all’Inter e lì avvenne la rivoluzione copernicana del calcio italiano. I tecnici studiavano le gabbie per arginarlo, poco da fare, segnava in tutti i modi, destro, sinistro, di testa, su punizione. Ronaldo dettava i ritmi di un calcio ancora troppo lento per la classe del Fenomeno. Dopo i gravi infortuni al ginocchio lasciò l’Inter per approdare alla corte dei Galacticos, decide una coppa Intercontinentale ma non sembra essere più lo stesso, in Spagna gli affibbiano l’epiteto di “El Gordo”, il ciccione. Non dà molta importanza ai giornalisti, continua a segnare, e lo fa con una continuità straordinaria. Quasi un gol a partita, roba da marziani appunto. Le divinità del pallone hanno uno strano modo di abbandonare il calcio, un modo beffardo per dribblare chi per una vita li ha inseguiti con penna e taccuino, oggi Ronaldo si è presentato in sala stampa con i due figli e il presidente del Corinthas, il suo ultimo club. Ha parlato di progetti a favore dei bambini poveri, ha ringraziato i suoi compagni e i suoi avversari, ha parlato della sua malattia e ha perdonato chi per anni ha gettato fango sulla sua persona. Dopo la finale di Saint Denis è stato dato per morto e risorto diverse volte, eppure, il Ronaldo a “metà” ha vinto scudetti, mondiali, palloni d’oro. L’unico cruccio non aver mai vinto una Champions League. Anche Maradona rientra in questa speciale classifica, forse uno scherzo del destino orchestrato dagli dei del calcio a chi, Dio in terra con la palla lo è stato veramente.

L’originale sta qui.

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